La cerniera delle Alpi: storia e storie del Valico del Moncenisio

La storia di Torino è da secoli legata alle vicende dei vicini valichi del Moncenisio e del Monginevro, due dei passi alpini più importanti della Valsusa e del Piemonte in generale. Soprattutto il colle del Moncenisio, in Val Cenischia , è stato teatro di attraversamenti di truppe ed eserciti, vista la sua posizione strategica a cavallo con i territori della Valle della Moriana, luogo di origine della casata dei Savoia . Soldati, ma anche papi, sovrani, viandanti e pellegrini: molti ci hanno lasciato testimonianze scritte sul loro viaggio attraverso le Alpi, spesso reso travagliato, ai limiti del pericolo, dalle avverse condizioni meteorologiche e dall’ asprezza del luogo.

A quando risale l’uso di attraversare i valichi alpini della valle di Susa? Le fonti dimostrano che entrambi i tragitti erano già noti in epoca romana. Il passaggio per il Moncenisio è stato affrontato da molti sovrani franchi, fra cui Pipino il Breve e Carlo Magno. Proprio sotto la dominazione franca venne dato il via alla costruzione di due importanti edifici, legati all’ attività di transito del valico: l’ abbazia della Novalesa e l’ ospizio del Moncenisio. Il primo è un edificio monastico benedettino, ancora esistente, situato nel piccolo comune di Novalesa, ai piedi del colle, dedicato ai santi Pietro e Andrea. Il suo atto di istituzione riporta data 30 gennaio 726. Dell’ 814 è invece la fondazione dell’ospizio per l’ accoglienza dei pellegrini, costruito nella zona  pianeggiante prossima al lago, sul colle. L’ istituto, operativo sino all’ età moderna, ha ospitato nella sua secolare esistenza personalità illustri quali politici, papi, sovrani e lo stesso Napoleone, che deciderà di mettere a nuovo l’edificio durante gli anni del suo impero (di questo parlerò più avanti).

Diverse sono le testimonianze scritte che ci raccontano delle mirabolanti attraversate prima della costruzione della carrozzabile, grazie a cui gli storici hanno ricostruito sia l’iter del viaggio che le modalità con cui veniva affrontato nel corso dei secoli: dapprima a dorso di mulo o a piedi, poi in carrozza con il diffondersi di questo mezzo di trasporto dal XVI secolo. In concomitanza all’uso delle carrozze, si sviluppa l’attività dei marrons, che a lungo caratterizzò il passaggio per il valico.Les marrons sont ceux qui cognoissent les tourments de la montagne comme il faut les mariniers celles de la mer”: così li descrive lo storico francese del XVI secolo Martin du Bellay, evidenziando la natura di profondi conoscitori della montagna di questi uomini. Infatti, i marrons non solo effettuavano il trasporto dei viaggiatori, ma svolgevano diverse mansioni accessorie, dal consigliare le modalità e le tempistiche del viaggio e delle soste a seconda delle condizioni meteorologiche, al battere il percorso durante le nevicate. Nei mesi invernali, le carrozze venivano smontate a Novalesa, essendo impossibile percorrere con esse la stretta e ripida mulattiera che saliva al colle.I marrons provvedevano a caricare i bagagli sui muli e sui cavalli, per poi condurre i viaggiatori – i più facoltosi trasportati su portantine di legno – verso Venaus ed infine Ferrera. Qui, passato il lago del Moncenisio, si intraprendeva la discesa verso Lanslebourg, comune della Moriana ai piedi del valico, per mezzo di speciali slitte denominate ramasses, guidate dai marrons. La discesa in ramasse era la vera attrazione dei passaggi invernali, resa spericolata dalla velocità della corsa sui ripidi pendii innevati: in meno di dieci minuti, a velocità non certo moderate, si giungeva al fondovalle francese!

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Lago sul colle del Moncenisio [photo credits: Dire Fare Mole]
Le grandi disponibilità economiche, unite alla possibilità di disporre di un corpo di ingegneri specializzati, permisero a Napoleone di intraprendere la costruzione di ampie strade carrozzabili presso i tre principali valichi alpini occidentali dell’epoca: il Sempione, il Monginevro ed appunto il Moncenisio. Delle pessime condizioni di attraversamento di quest’ ultimo prese conoscenza una prima volta nel 1797, durante un viaggio da Milano a Parigi, poi in seguito nel 1800 in occasione del suo rientro in Francia dopo la vittoriosa battaglia di Marengo. Bonaparte iniziò dunque ad interessarsi al valico, cominciando con l’occuparsi dell’antico ospizio. Prima lo riscattò nel 1801 da alcuni abitanti di Lanslebourg che allora ne avevano la proprietà e dopo un lasso di tempo considerevole, il 4 settembre 1808, iniziarono i lavori di ricostruzione: oltre al restauro ed all’ ampliamento dei locali dell’ospizio, il progetto comprendeva una chiesa parrocchiale, due caserme per fanteria e cavalleria, più alcune costruzioni adibite a magazzini.

Per quanto riguarda la strada carrozzabile, il 1802 fu l’anno in cui si iniziò a progettare il nuovo percorso; gli ingegneri al servizio di Napoleone individuarono un tracciato che, partendo da Susa, si dirigeva verso la piana del lago del Moncenisio, per poi scendere a Lanslebourg attraverso Giaglione, Molaretto e Bar, escludendo così Venaus, Novalesa e Ferrera. Gli abitanti di queste borgate, certo non contenti del nuovo assetto, manifestarono il loro dissenso per la costruzione della carrozzabile. Il nuovo percorso, tagliandole fuori, avrebbe causato danni a livello commerciale sul territorio, come al lavoro dei marrons, quasi tutti indigeni di questi paesi, i quali spesso boicottarono i lavori degli operai.

Torniamo a Napoleone, con un aneddoto curioso. Nell’ aprile 1805 l’imperatore passò per il Moncenisio insieme alla consorte Giuseppina, diretti a Milano per la cerimonia di incoronazione a re d’Italia. Nonostante la stagione primaverile, le condizioni meteorologiche erano pessime, ed il corteo imperiale fu costretto a soggiornare presso l’ospizio, in attesa che la tormenta di neve si placasse. Nel 1807 Napoleone riaffrontò il passaggio, nuovamente sotto una tormenta, talmente forte da gettare fuori strada la carrozza su cui viaggiava. L’imperatore si vide costretto a percorrere un tratto a piedi, fino a quando vennero in suo soccorso due guide del posto, Martin Boch e François Bouvier, i quali lo trassero in salvo e lo condussero in portantina all’ ospizio. Questa sventura accorsa all’ imperatore portò inaspettatamente un vantaggio sia ai due uomini -che ricevettero una pensione a vita come ringraziamento da parte dell’illustre “sventurato”- sia all’ opera di costruzione della strada in corso, facendo intensificare l’attenzione di Napoleone su di essa: il territorio di Moncenisio venne tolto al comune di Lanslebourg e reso comune autonomo, con l’attribuzione eccezionale di 150.000 franchi per la costruzione di abitazioni e di una parrocchia.

La carrozzabile venne infine ultimata nel 1809, ed ufficialmente aperta al traffico. Il transito, sia privato che commerciale, aumentò notevolmente, passando dai 10.000 veicoli circa del 1803 ai 17.000 del 1810, si attestò anche la presenza di un servizio di diligenza pubblica, gestita dalla ditta Bonafous di Chambéry. Finita l’epoca d’oro di Napoleone, con il trattato di Parigi del 1815 tutta la Savoia, compreso il territorio del Moncenisio e la sua strada, passò nuovamente sotto il dominio dei reali di Sardegna.

Attualmente, il colle ed il lago del Moncenisio fanno parte della Francia, come sancito dal Trattato di Parigi del 1947 a termine del secondo conflitto mondiale. Il lago, noto per le sue trote apprezzate nei secoli dai viaggiatori, è stato inglobato da un bacino artificiale più grande, creato nel 1921, per lo sfruttamento dell’ energia idroelettrica. Nel 1968 viene inaugurata la diga di sbarramento, come possiamo vederla ai giorni nostri, che ha sommerso gran parte dell’antico villaggio posto sulla piana, tra cui l’edificio dell’ospizio.

Dai Romani, a Napoleone, fino ai giorni nostri: i valichi alpini non hanno perso la loro forte identità di vie di transito, di cerniera non solo fisica ma anche culturale fra i popoli montani, divisi sì dalla nazionalità ed al tempo stesso uniti dalle medesime tradizioni, usanze, ed anche dialetti, come il Patois.

Adesso i viaggi attraverso il Moncenisio sono all’ insegna non più dell’avventura bensì dello sport e del relax, intrapresi in gran parte da sciatori nella stagione invernale e da amanti delle escursioni in quella estiva (o da degustatori di ottimi piatti tipici di montagna, come la sottoscritta! Imperdibili i formaggi d’alpeggio, e se scendete verso la deliziosa Lanslebourg non potete non mangiare un pezzo di tartiflette ). Ma il fascino del tragitto e dell’istinto di scoperta insito nell’ animo umano, quello sì, è rimasto intatto.

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