#innamoratidelBiellese: una torinese in (blog)tour a Biella

Su al nord, oltrepassando il Canavese, c’è un territorio che sorprende. Piccolo se si considera l’estensione. Quasi incontaminato a livello di turismo di massa. Ma sono proprio questi i luoghi che lasciano un’ impronta permanente, e riempiono gli occhi di meraviglia. Non ti aspetti tanta bellezza, e quando la trovi, ne sei rapito in modo ineluttabile.

Il Biellese, cari amici di Dire Fare Mole, è la meta giusta se avete l’animo pronto ad essere travolto. Da cosa? Da arte, natura, storia, storie di vita e di imprenditoria che vale la pena di ascoltare e conoscere a fondo. Il Piemonte ha un comune denominatore di incanto declinato in modo unico da ogni città, zona, angolo che lo compone. Un puzzle dove la città di Biella e i suoi dintorni sono rappresentati dalla bianca asperità delle Alpi diluita con le pianure solcate da numerosi corsi d’acqua, dall’ operosità mista ad ingegno dei suoi abitanti, dalla lana e dalle eccellenze del tessile, da borghi magici come Candelo e Rosazza.

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Avevo avuto un assaggio di Biella qualche anno fa. Una toccata e fuga, che mi aveva acceso l’interesse verso questa città, così diversa dalla mia Torino nonostante la relativa vicinanza (si arriva comodamente in autostrada in un’ora e mezza). Ci sono tornata la settimana scorsa per un blogtour organizzato dalla new media agency BTREES, Fondazione CR Biella e Biella Turismo, e ho avuto la conferma: del Biellese ci si può davvero innamorare. Vi spiego il perché.

Biella è Piano e Piazzo.

Arrivando in città, la prima cosa che colpisce è la sua struttura. Biella ha infatti una duplice anima: la parte bassa, il Piano, e la parte alta, denominata Piazzo. L’antica Bugella nacque probabilmente in epoca romana, secondo i reperti ritrovati, e sorgeva nell’ attuale zona del Piano. Citata in una fonte documentaria per la prima volta nell’ 836 (se volete approfondire la conoscenza della storia cittadina, una visita al Museo del Territorio è super consigliata), Biella si “sdoppia” nel corso del XII secolo, con la fondazione del quartiere del Piazzo sopra la collina che veglia il nucleo cittadino. Prima della costruzione della funicolare, avvenuta nel 1885, la parte alta era raggiungibile solo attraverso le coste, strade in salita a ciottoli. In ogni modo, che sia a piedi o con qualsiasi altro mezzo,  la vista durante il tragitto è mozzafiato!

Il Piazzo è il punto di partenza del nostro blogtour. Proprio qui, nel cuore medievale di Biella, si trovano Palazzo Ferrero e Palazzo Gromo Losa, suggestive location della mostra “Darwin. L’universo impossibile narrato da Dario Fo con dipinti e pupazzi”. Ebbene sì, se non lo sapevate, Dario Fo fra i suoi innumerevoli talenti annoverava anche quello per la pittura. La mostra – promossa dal Comune di Biella insieme alla Fondazione CR Biella e la Compagnia Teatrale Fo-Rame – è speciale per diversi motivi. Innanzitutto, perché è il primo evento celebrativo della figura del Maestro, scomparso il 13 ottobre scorso. Poi, per il filo conduttore del tutto originale: le teorie dell’evoluzione di Darwin divengono soggetti di una storia raccontata attraverso tocchi di colori accesi, tratti decisi ed espedienti plastici inconsueti quali pupazzi e sagome. L’incontro artistico fra due grandi personaggi del sapere come Fo e Darwin, quasi antitetici, danno vita ad un excursus immaginifico assolutamente da non perdere. E se volete dare un’occhiata all’ evoluzione della social- specie, seguite gli hashtag della mostra #UMANI2016 e #selfiebufFO. I visitatori (fra cui noi!) si sono divertiti con l’espressività del volto umano, fra foto di profilo e facce buffe. Un omaggio al compianto Premio Nobel, il cui tratto distintivo era proprio la multiforme espressività sempre al limite dell’ironia. Giocate anche voi: avete tempo fino all’ 8 dicembre, poi la mostra partirà per altre città dello Stivale (info su www.comune.biella.it).

Biella è acqua (buona).

Accennavo prima all’ importanza dell’acqua nel territorio Biellese. Importanza non solo a livello industriale – di questo parlerò più avanti – ma anche nel campo alimentare. Si dice infatti che l’acqua che sgorga qui sia ottima, basti pensare alla Lauretana, considerata la più leggera d’Europa. E la bontà dell’acqua locale ha determinato il successo di un’altra bevanda, ben più … corroborante! Vi dice niente il nome Menabrea? La pluripremiata birra nasce proprio a Biella. La sua è una storia esemplare dello spirito imprenditoriale tipico del luogo, emblema di forte appartenenza alle origini.

Sì, perché è dal lontano 1846 che la birra Menabrea viene prodotta qui (e in parte in Trentino), restando una delle poche realtà del settore a rimanere totalmente italiana. Una storia magistralmente narrata dalla guida del museo aziendale adiacente allo stabilimento, seconda tappa del nostro tour. Materie prime di qualità, spirito intraprendente, passione: i fattori chiave del longevo successo del  birrificio attivo più antico d’Italia sono gli stessi da 170 anni. Una tradizione solida, trasmessa di generazione in generazione, dal capostipite Giuseppe Menabrea, passando per Emilio Thedy e Agostino Antoniotti, generi di Carlo Menabrea, continuando con Franco Thedy, l’attuale amministratore delegato. Il percorso allestito è breve ma esaustivo, una gioia per tutti i beer lovers, fra cui il #direfarefidanzato che mi accompagnava felice! Tre sale per tre macro aree tematiche: i macchinari originari recuperati e restaurati, il merchandising nei secoli – belli i boccali in cui si riflettono gli stili delle varie epoche –  e la zona più storica, con i documenti archivistici, i libri contabili e le onorificenze ricevute. Un percorso in cui non mancano gli aneddoti curiosi, come il fatto che nell’ 800 insieme alla birra si produceva anche la gazzosa, allora indispensabile per rendere la bevanda – dal sapore forte – più gradevole al gusto, e che in passato si diede alla Menabrea un nome straniero per aumentare l’appeal sul mercato. Fortunatamente, in questi tempi di recupero  e valorizzazione del prodotto locale, siamo ben lieti di poterci fregiare di una birra dal nome e dal gusto piemontese!

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 Biella è arte. E Cittadellarte.

Una terra di acque benefiche, il Biellese. Di questo beneficio ne ha giovato l’industria, nello specifico l’industria del tessile, fiore all’ occhiello della zona. Una tradizione ancestrale, con radici romane e medievali, diventata poi caratterizzante in concomitanza con la Rivoluzione Industriale del XIX secolo, epoca in cui Biella divenne l’indiscussa capitale italiana ed europea della lana. Lungo il corso del torrente Cervo in città possiamo ancora osservare i lanifici ottocenteschi, sorti in posizione strategica per usufruire delle sue acque, indispensabili tanto per raffinare il prodotto grezzo quanto per far muovere i macchinari prima dell’avvento dell’elettricità. Gli austeri edifici fanno parte di un interessante circuito di archeologia industriale. Molti di loro sono stati convertiti in ecomusei, alcuni in spazi di coworking e fablab come l’ex lanificio Sella attuale sede del SellaLab, altri sono diventati meri simboli del passato che fu. Ce n’è uno, invece, che ha subìto una vera rinascita, in una veste del tutto insolita. Il suo nome era Filatura Trombetta, ora è Cittadellarte. Affacciato sul Cervo scrosciante, Cittadellarte è senza dubbio il luogo di Biella che ha colpito la mia immaginazione. Descriverlo a parole mi riesce quasi difficile, perché Cittadellarte più che un posto fisico è un viaggio esperienziale, dove l’arte veicola messaggi che arrivano dritti al cuore.

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Dietro un grande progetto si nasconde sempre una grande persona: nel caso di Cittadellarte, è Michelangelo Pistoletto, uno dei massimi esponenti dell’arte povera, biellese al 100%. Pistoletto è il deus ex machina della rinascita di questi spazi, da lui recuperati verso il 1990 quando versavano in stato di abbandono e plasmati con il suo specialissimo tocco. Il termine rinascita è caro all’ artista, tanto caro da essere il tema portante della sua opera più famosa, il Terzo Paradiso. Cos’ è il Terzo Paradiso? Innanzitutto occorre specificare che ne esiste più di uno – il primo è stato fatto a Venezia nel 2005 – e che un esemplare lo potete osservare proprio qui. Il Terzo Paradiso è una rielaborazione del simbolo dell’infinito, composto da tre cerchi consecutivi. I due cerchi esterni rappresentano le diversità e le antinomie, tra cui natura e artificio, mentre quello centrale è l’intreccio fra i cerchi opposti e raffigura il grembo generativo della nuova umanità. Un significato potente e intriso di speranza, un modus vivendi divenuto linea guida di tutte le attività di Cittadellarte. Oltre alla sala del Terzo Paradiso, potete immergervi  nelle Terme Culturali, percorsi ideati come tratta- menti, per sviluppare la sensibilità creativa di ognuno di noi. E così si passa qualche minuto nell’ Amacarium, stanza delle amache dove ascoltare riflessioni sul pensiero, si passeggia in mezzo ai progetti appesi (proprio così!) di Geografie della Trasformazione, si approfondisce la conoscenza con l’ ecosostenibilità e la bio-edilizia grazie a Nova Civitas. Un’esperienza da provare, per essere ancora di più #innamoratidelBiellese.

 

[photo credits: Dire Fare Mole] 

 

 

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